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domenica, 24 settembre 2006

JOAN ELIES ADELL
PISTE FALSE
 
Traduzione a cura di Alessandra Palmigiano
 
 
I. ENVOI
 
*
32
...
No em sé decidir per quin ha de ser
el contorn dels dies contradictoris
que vindran, com si ja em preparés per
sondejar subtileses sense trama
*
34
ni ordidura. Et cobreix l’halo pudent
d’idiomes aliens i gastats:
el breu catàleg d’unes pistes falses.
He callat molt: de dia, ara també
de nit. Però tot canvia. Sóc com
el rectangle sec en l’asfalt que deixa
un cotxe en anar-se’n després de ploure.
...
 
 
 
...
Non so decidere quale dev'essere
il contorno dei giorni che verranno,
contraddittori, come se mi stessi
preparando a sondare sottigliezze
 
 
senza trama né ordito. Ti ricopre
l'alone immondo di lingue usurate
ed altrui: breve catalogo
di piste false. Ho taciuto a lungo:
di giorno, ora anche di notte.
Ma tutto cambia. Sono come il rettangolo
d'asfalto asciutto che un'automobile
lascia all'andarsene dopo la pioggia.
...
 
*
40
No solament sóc jo qui vol salvar-se.
També les paraules en mi pateixen.
S’endinsen en el quadre del poema
amb una innocència fingida
que tant s’assembla al moment en què pintes
un paisatge. No sé emocionar-me,
deixar-me emportar per una distància
imprecisa existent entre la por
i l’amor, entre el ridícul i el desig.
Descriure la immensitat de tots
 
 
Non sono il solo a volersi salvare.
Sono anche le parole a preoccuparsi.
S'addentrano nel quadro del poema
con una finta innocenza
che ricorda il momento in cui dipingi
un paesaggio. Non so emozionarmi,
lasciarmi prendere da una distanza
imprecisa che sta tra la paura e
l'amore, tra il ridicolo e la voglia.
Descrivere l'immensità di tutti
 
*
42
els segons del temps. I poder usar
les paraules en la seua accepció
clàssica i primària. No les vull
només per haver de donar les gràcies
als records que han acompanyat les ombres,
com una saviesa esquiva, plena
de recel, que evita amb afany deixar
les coses clares. Però sí podré
tenir-te del tot, sense haver infringit
cap llei, en exposar-me a la tendresa.
 
 
i secondi del tempo. E utilizzare
le parole nell'accezione classica
e primaria. Non voglio usarle solo
per dover ringraziare i ricordi
d'avere accompagnato le ombre,
come una saggezza schiva
e sospettosa, che fa ogni sforzo
per non chiarire le cose. Però
sì che potrò averti, senza infrangere
la legge nell'espormi alla dolcezza.
 
*
44
Els teus ulls anònims m’observen des
del carrer, ignorants de tot, del tot,
amb tanta curiositat malsana
com indiscreció. El teu moviment
està ja invalidat per l’infinit
de silencis que ara ens esclata. Arriba,
després, sempre, una calma masegada.
Si no comences, no hauràs d’aturar-te.
Sé que t’esperes que t’obri la porta.
Has tocat ja el timbre? Hi vols entrar?
 
 
Occhi anonimi, i tuoi, mi osservano
dalla strada, ignari di tutto, del tutto, con
tanta curiosità morbosa quanta
indiscrezione. Il tuo movimento è
già invalidato dall'infinità
di silenzi che ora ci esplode. Arriva
sempre, dopo, una calma sgualcita.
Se non cominci, non dovrai fermarti.
So che t'aspetti che t'apra la porta.
Hai già bussato? Desideri entrare?
 
II. RUMORE DI FONDO
 
*
66
Tinc mans entre les mans. I els dits llarguíssims
que contaminen el meu estat d’ànim.
Ha tornat a eixir violentament
la llum del dia. És un mal moral més
insidiós que una malaltia física,
que cap dosi de morfina ni cap
intervenció quirúrgica pot
alleujar. L’incendi d’una vigília.
És també un temps d’aparença. On la brisa
de la mar fa de nutrient. I sento
 
 
Ho mani tra le mani. E lunghe dita
che inquinano il mio stato d'animo.
E' tornata ad uscire con violenza
la luce. Ed è un male morale
più insidioso d'una malattia
che né una dose di morfina né
un intervento chirurgico può
alleviare. L'incendio di una veglia.
E' anche un tempo di apparenza. Dove
la brezza fa da nutriente. E sento
 
*
68
de fons la desconfiguració
de la tarda, on miro d’acomodar-m’hi.
Sóc un port ple de vaixells ancorats
en dia de tempesta, recer i trampa,
on sols existeix el desgast. No dura
per a sempre. Ets també el brunzit molest
que s’apodera de l’oïda quan,
en una sessió de discoteca,
just ha deixat de sonar la darrera
cançó. Així et sents. Com un soroll de fons.
 
 
nel fondo la deconfigurazione
della sera, in cui cerco di accomodarmi.
Sono un porto di barche ancorate in
un giorno di tempesta, rifugio e trappola,
dove esiste soltanto consunzione.
Ma non per sempre. Sei anche il ronzìo
che s'impossessa dell'udito quando
in discoteca l'ultima canzone
ha appena smesso di suonare.
Così ti senti. Un rumore di fondo.
 
III. IL DISTACCO DELLA RETINA
 
1.
 
SEMPRE arriben alguns moments
de calma, més certs que no pas
un somni, en què raonar
el dolor també significa
voler aprendre més coses
sobre els altres. Tot queda
infectat d’una estranya
lluminositat, momentània,
capaç de trencar el cercle
de la indulgència, com l’esquinç
brut d’un desordre deslliurat
de traves. Provoca el despreniment.
 
 
ED arrivano sempre momenti
di calma, alle volte più veri
di un sogno, dove ragionare
il dolore significa anche
imparare di più sugli altri.
Tutto si infetta di una strana
luminosità, momentanea,
capace di rompere il cerchio
dell'indulgenza, come lo schizzo
sudicio d'un disordine privo
di travi. Provoca il distacco.
 
IV. IL SENSO DELL'ORIENTAMENTO
 
3.
 
EN una nit semblant a aquesta,
fresca i d’una netedat gairebé
dolorosa, és quan més et sento
en la distància, com un astre llunyà.
Veig la teua llum, encara,
tot i que ja la sé inexistent
quan m’arriba, morta en origen.
Com unes bellíssimes flors
decapitades que floten en receptacles
plens d’aigua, amb l’objectiu de decorar
un local de moda, entre espelmes
de colors, se m’enverinen
totes les ferides. Improvisats
nenúfars que vivifiquen la vida
o que, contràriament,
em revelen el sentit del desastre.
 
 
E` una notte come questa,
fresca e di una nettezza quasi
dolorosa, quando più ti sento
nella distanza, come un astro lontano.
Vedo la tua luce, ancora adesso,
anche se so che non esiste più
quando mi arriva, è morta all'origine.
Come bellissimi fiori
decapitati galleggiano tra
candele colorate nell'acqua
di recipienti
per decorare un locale alla moda,
s'avvelenano tutte le ferite.
Ninfee improvvisate che vivìficano
la vita o che, al contrario,
mi rivelano il senso del disastro.
 
 
2.
 
ESTIC dintre de l’aigua, nedo,
m’agrada sentir el salobre a la boca.
Camino pel fons de la mar
com si avancés per la bodega
d’un vaixell enfonsat,
tot i estar a un parell de metres
de la riba. No em sorprendria
gens veure-hi passar, de sobte, un banc
de peixos platejats
en aquesta mitja foscor. I quan pujo
a la superfície semblo alçar-me
des del passat com una vella
escultura submergida. Són maneres
de trampejar les coses. Amb tot, em queda
en el paladar el regust d’una eufòria
antiga. Tinc als budells tot un abisme.
 
 
SONO nell'acqua, nuoto,
mi piace sentire il salmastro alla bocca.
Cammino sul fondo del mare
come avanzando nella stiva
di una nave affondata,
anche se sto ad un paio di metri
dalla riva. Non mi sorprenderei
per niente a vedere, all'improvviso, un banco
di pesci argentati
in questa penombra. E quando risalgo
in superficie sembro sollevarmi
dal passato, un'antica
statua sommersa. Sono tutte maniere
di falsare le cose. Mi rimane
il retrogusto di un'antica euforia.
Ho nelle viscere tutto un abisso.
 
V. IL RITMO OCCULTO
 
102
VOLDRIA per enèsima vegada
retenir tota l’escabrositat
dels fets concrets, grapejar la distància
que s’arbora entretant tu te m’allunyes
amb inusual perfecció mil.limètrica,
al fons de l’escenografia. A fora,
si poses esment, la remor del trànsit,
els comentaris desorientats
de la gent, tot sembla interpretar-te.
Una exageració tendenciosa.
 
 
PER l'ennesima volta, io vorrei
impedire l'impudicizia dei
fatti concreti, impugnare la distanza
che si ramifica mentre t'allontani
con rara perfezione millimetrica,
verso il fondale della scenografìa.
Fuori, se ci fai caso, il rumore
del traffico, le chiacchiere confuse
delle persone, ogni cosa t'interpreta.
Un'esagerazione tendenziosa.
 
*
104
Com les voreres bellament polsoses
de Ciutat Vella, que amaguen racons
on has de saber llegir tots els signes
de pedra, també els teus forats perduren,
són els ulls tatuats d’una mirada.
La imatge que s’ha extingit, malgrat
convertir-se en la clau per fer durar
encara més la significació
només capgira aquest vers, com si així
em pogués protegir de tot el mal
 
 
Come le strade bellamente misere
di Ciutat Vella nascondono angoli
dove devi saper leggere tutti
i segnali di pietra, anche i tuoi
buchi persistono, occhi tatuati
d'uno sguardo. L'immagine che s'è
stinta, malgrado si sia convertita
nella chiave per far durare ancora
la significazione, inverte solo
questo verso, come se così potesse
 
*
106
que s’acumula dia rere dia.
L’aire d’un grapat de repeticions
que m’ajuden a donar-me una mica
més de mala vida. Com l’ompliré,
el buit roent deixat per tanta ràbia?
No tinc més violència de traç
a les mans. Sóc uns ulls eixuts de llàgrimes,
com els d’un vell dinosaure que queda
immòbil en el fang i es sap vençut,
exhaust per la pròpia corpulència.
 
 
proteggermi dal male che s'accumula.
L'aria d'un pugno di ripetizioni
che mi dànno una mano ad indurirmi
ancora un po' la vita. Riempirò
il vuoto rovente di tanta rabbia?
Non mi rimane più violenza impressa
nelle mani. Io sono gli occhi asciutti
di un dinosauro che si dà per vinto
e, vecchio, resta immobile nel fango,
sfiancato dalla propria corpulenza.
 
*
108
Només a les portes de la vergonya
s’esbocina el recer del teu silenci,
tan incrustat a tu com les estances
d’una casa en què has viscut durant
mesos, que saps molt bé que no et pertany.
Et sacseges i et mires i et sents nou
i estrany. La taula ja per sempre neta
de paperassa. Toqueges la fusta
massissa. No és tan sols un tros de temps,
una veloç immersió de memòria.
 
 
Solo alle porte della vergogna
si sbriciola il rifugio del silenzio,
tanto incrostato in te come le stanze
d'una casa in cui sei stato per mesi,
e che sai bene che non ti appartiene.
Ti rigiri e ti guardi, e ti senti
nuovo e strano. Il tavolo, per sempre
vuoto di carte. Tasti il legno pieno.
Non è un semplice tratto di tempo,
una veloce immersione del ricordo.
 
*
116
Sóc un indigent que busco queviures
ansiosament en l’alè dels altres,
com qui gaudeix d’observar una pròpia
mancança. De la mateixa manera
que hi ha paraules amb significats
ocults o interpretacions sobreres,
quan et miro sé que hi ha una pèrdua,
però ignoro de què. Només em queda
el mar. Sé que és un recurs massa fàcil
per voler-me’n sortir d’un cul-de-sac.
 
 
Sono un barbone che cerco le cose
ansiosamente nel fiato degli altri
come chi gode a vedere una propria
mancanza. Come certe parole hanno
significati occulti, o piuttosto
un'eccedenza d'interpretazioni,
quando ti guardo so che c'è una perdita,
però ignoro di ché. Resta solo
il mare. So che è un modo troppo facile
per uscire da un vicolo cieco.
 
 
 
Joan-Elies Adell (Vinaròs, 1968) Professore di Teoria della Letteratura alla Universitat Oberta de Catalunya. Ha pubblicato vari saggi su musica e cultura digitale. Parallelamente alla sua produzione accademica, come poeta ha pubblicato: Oceà immòbil (1995), A curt temini (1997), Un mateix cel (2000), Encara una olor (Premio Alfons el Magnànim e Premio de la Crìtica de los Escritores Valencianos, 2003) e La degradaciò natural dels objectes (Premio Jocs Florals de Barcelona 2004). E' stato incluso in diverse antologie di poesia, tra le quali Imparables (2004), che raccoglie lavori di giovani poeti che hanno cambiato il panorama letterario catalano. Suoi testi sono stati tradotti in inglese e sloveno. Traduzioni in italiano sono apparse su Poesia e su Atelier 42.

Postato da: Massimo73 a 18:27 | link | commenti (36) |
joan-elies adell


Commenti
#1   24 Settembre 2006 - 18:30
 
Inserisco qui la traduzione delle poesie di Joan-Elies Adell eseguita da Alessandra Palmigiano. Ringrazio Joan per la disponibilità: parla bene l'italiano e sarà on line per l'eventuale (e auspicato) confronto. Ringrazio poi Alessandra per aver reso possibile questo incontro e questo scambio, che spero fruttuoso e costruttivo per tutti. Buona lettura.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#2   24 Settembre 2006 - 21:09
 
Grazie Massimo per accogliere i poemi dei mio ultimo libro, Pistes Falses (Piste false), in questo sito così interessante. E pieno di vita allo intorno della poesia, e questo è bellissimo. Anche vorrei ringraziare specialmente Alessandra per averci interessato per la mia poesia da l' inizio e per avere fatto questo grande sforzo di tradurre questi poemi allo italiano. Mi piacerebbe moltissimo leggere i vostri commentari e, se volete, rispondere le vostre domande.
A presto
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente JoaneliesAdell

#3   25 Settembre 2006 - 08:15
 
Joan, benvenuto su queste pagine e grazie per la stima e l'attenzione. Mi auguro anche io che ci sia spazio per commenti, confronto e dialogo sulla tua poesia che ho conosciuto dalla pubblicazione su Atelier 42.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#4   25 Settembre 2006 - 10:18
 
Buongiorno signori,
buenos dias, damas y caballeros,
soy Matteo Lefèvre, el (indigno) traductor e introductor de los poemas de Joan en Atelier. PUes, solo para dejarle un saludo a mi gordito amigo.
In italiano - meglio - sottolineo la precisione, anzi la concisione - nel senso latino del termine - della traduzione di Alessandra Palmiggiano, che non conosco ma a cui faccio i miei auguri. Venedo brevemente alla poesia di Joan, che conosco molto bene per ragioni di studio oltre che di affetto personale, posso dire che sicuramente Pistes falses si distingue dalla sua produzione precedente. La raccolta, impregnata da una forte tensione personale - che so essere autobiografica - va al nocciolo delle cose e della loro ragione/sostanza d'essere, come sempre, ma qui lo fa passando attraverso le corde dell'intimità e dello sguardo interiore e privato sul terremoto delle circostanze. Io sono più sensibile all'oggettività, anzi all'oggettualità dei versi di La degradació natural dels objectes, che rispondono a una cifra universale e quasi metafisica - per cesti aspetti vicina a un certo Montale (penso soprattutto agli Ossi di seppia e a Le occasioni - che a sua volta testimonia lo scacco gnoseologico ed esistenziale degli esseri e delle cose.
Vabbè, mi sto dilungando. Restano importanti, comunque, nella poesia di Joan Elies le poesie di Pistes falses per l'emersione più netta della componente personale: vediamo fin dove svilupperà, il nostro poeta, le suggestioni e le conquiste di questa sua ultima stagione.
Grazie per l'attenzione e un abbraccione al giovane Adell!

Matteo Lefèvre
utente anonimo

#5   25 Settembre 2006 - 10:41
 
OT (scusa Massimo)

Giovedì 23 novembre 2006 - Ore 21.00
presso la Sala Convegni
Cooperativa Sociale Insieme
Via dalla Scola, 255 - 36100 VICENZA
Tel. 0444.511562 - Fax 0444.511067

“POETI ALLO SPECCHIO”

Fabiano Alborghetti presenta Stefano Guglielmin
&
Stefano Guglielmin presenta Fabiano Alborghetti





Organizzazione a cura di Giovanni Turra e Alessandra Conte
già creatori in Dueville (Vi) dell’A.D.P. Assistenza Domiciliare Poetica
serate di lettura e poesia


utente anonimo

#6   25 Settembre 2006 - 11:47
 
Caro Matteo, grazie per il passaggio e per l'intervento: benvenuto su queste pagine. E' buona cosa che ci sia anche il traduttore che si è occupato dei testi comparsi su Atelier. A seguire, a questo proposito, Alessandra mi aveva chiesto di inserire alcune sue note a proposito della traduzione: lo faccio subito, anche e proprio per l'intervento di Matteo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#7   25 Settembre 2006 - 11:50
 
Pistes falses, di cui si offre una selezione di brani come "invito alla lettura", è un volume di poesia con una struttura "a specchio" dalla simmetria quasi perfetta, articolato in sei capitoli e un epilogo. I primi due capitoli e l'ultimo consistono ciascuno di dieci strofe di dieci versi che sono, nella quasi totalità, endecasillabi (che in catalano si chiamano - più felicemente che in italiano - decasillabi); il penultimo capitolo ha nove strofe. I due capitoli centrali (terzo e quarto) contengono cinque poesie ciascuno, numerate in ordine crescente nel terzo e decrescente nel quarto L'epilogo consiste di un'unica poesia.
Il libro racconta l'elaborazione del lutto a seguito di un rapporto interrotto, la necessità del cambiamento esistenziale e del confronto con la memoria, il cui corollario è il tema centrale: l'inevitabilità della manipolazione dei ricordi, le false piste, appunto.

Dal momento che la struttura è un ingrediente essenziale del libro,
ho cercato di riproporla nella traduzione trasponendo le strofe di dieci decasillabi in strofe di dieci endecasillabi (a volte zoppicanti: me ne assumo la colpa e me ne scuso) e le ho dato la precedenza sul singolo verso, per cui gli a capo non sono rispettati.

Una vistosa eccezione strutturale è rappresentata dalla traduzione di parte delle strofe 32 e 34, che, se unite, possono essere lette come una nuova strofa. Questa eccezione è motivata da ordini di opportunità pratica (il più piccolo insieme unitario che contiene il frammento tradotto è dato da sette strofe) ma soprattutto dall'importanza del passaggio, l'unico del libro dove le piste false vengono esplicitamente menzionate, e la cui immagine finale vive in simbiosi con l'immagine che chiude la 106.

Al contrario che per le poesie dei capitoli III e IV, la numerazione delle strofe non è originale e segue la numerazione delle pagine del libro. Ho pensato di lasciarla per comodità di referenza.

La precedenza data alle esigenze metriche motiva la scelta di tradurre, ad esempio, "desig" con "voglia" anziché con "desiderio" nella strofa 40; "hi vols" con "desìderi" anzichè con "vuoi" nella 44; "observar" con "vedere" anziché con "osservare" nella 116, ossia nelle occasioni in cui mi è parso che la scelta di una parola piuttosto che di un suo sinonimo potesse essere in parte dettata da analoghe esigenze metriche in catalano.

Ho dato la precedenza al registro delle parole piuttosto che alla loro aderenza fonetica: ad esempio ho tradotto "mateixa" in 116 con "stessa" e non con "medesima", data la relativa infrequenza in italiano di quest'ultima.

Nella 44, ho tradotto "ignorants" con "ignari" con il permesso dell'autore, perchè in catalano questa parola ha il doppio significato di "ignorante" e di "inconsapevole".

Un tratto caratteristico della lingua catalana è una frequenza di monosillabi e bisillabi sensibilmente maggiore che in italiano.
Come conseguenza, tradurre decasillabi in endecasillabi comporta una compressione del verso originale, spesso realizzata attraverso l'omissione: ad esempio, nella 66, "malaltia fìsica" diventa "malattia" e "brisa de la mar" diventa "brezza"; nella 68 "brunzit molest" diventa "ronzìo". Più delicato è il caso in cui l'omissione cambia la struttura sintattica della frase: ad esempio in alcune metafore, "soc com..." diventa "sono...". Credo che questo procedimento sia lecito perché è una tecnica poetica dello stesso autore (vedi ad esempio in 68: "Soc un port ple..."). Ancora più controverso, nel mio foro interiore, è stato il caso dell'omissione della particella relativa "che", ad esempio nella 2. del capitolo IV: questa è una tecnica poetica di cui ho trovato un corrispettivo solo parziale in un brano della 62 (non tradotta) che riporto:
"...Sóc la tela mosquitera/ d'una finestra a l'estiu, deixo anar/
la frescor mentre barro el pas a insectes/...".
Qui è significativo il fatto che la decostruzione della metafora si radicalizza all'estremo.

Questa è la mia prima esperienza di traduzione, e l'ho affrontata senza alcun "discorso sul metodo". La necessità operativa ha guidato la mia attenzione sul problema di rendere adeguatamente non solo il registro linguistico e la struttura, ma anche i procedimenti e le tecniche poetiche. Le soluzioni che ho trovato di volta in volta possono non essere le migliori, e senza voler distogliere l'attenzione dai testi originali e dal contronto diretto con l'autore, mi piacerebbe ricevere commenti sui testi tradotti. Vorrei ringraziare Francesco Ardolino e Joan-Elias Adell per i commenti sulle versioni preliminari,
e dare credito a Francesco per la traduzione del primo verso della 40:
se il riscontro è positivo, il merito è suo; in caso contrario, la responsabilità è mia.

Alessandra Palmigiano
utente anonimo

#8   25 Settembre 2006 - 19:02
 
Saluto Massimo e gli altri: sono stato circa 45 giorni a Ibiza tra giugno, agosto e settembre, (agosto con amici di Girona)...
Sento molto vicina la tematica che sottende questo lavoro di Joan - l'elaborazione del lutto di un rapporto interrotto - che è una delle correnti sotterranee del mio secondo e prossimo libro che conto di pubblicare prima o poi... Mi è piaciuto molto il pezzo

IV. IL SENSO DELL'ORIENTAMENTO
3.
EN una nit semblant a aquesta,
fresca i d’una netedat gairebé... Che ha una bellissima metafora nella parte centrale
Le traduzioni mi sembrano felici...

hasta luego

andrea margiotta

PS Mi è capitato di constatare che, con la stessa serietà con la quale un tabaccaio spagnolo ti confeziona sigari cubani (ed è un piacere comprarli anche perché mi regalano sempre qualcosa in più...), così si curano le collane di poesia...Ho visto belle cose anche in qualche libreria di Ibiza: immagino che a Madrid o a Barcellona, dove anni fa non ebbi tempo di girare, si possa trovare molto di più...
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#9   25 Settembre 2006 - 20:27
 
Eccomi di ritorno: un saluto ad Andrea. Rileggo con attenzione quanto ha scritto Matteo al #4 e insieme ho riletto la sua nota alla poesie apparse su Atelier lo scorso giugno. Concordo con Matteo, sempre rileggendo i lavori citati di Joan, che c'è una cifra davvero montaliana nelle poesie di La degradació natural dels objectes. La prima cosa che mi viene in mente di chiederti Joan, è se in effetti Montale sia stato per te di riferimento.

Per quanto riguarda Pistes falses sarà anche vero che è emergente la tensione personale, soggettiva, lirica, diremmo e in attenuazione quella argomentativa, più metafisica; tuttavia mi sembra di scorgere una permanenza dello stile e una certa tendenza metapoetica che si appropria del testo proprio in funzione di una ricercata chiarificazione del reale, che è tale nel privato e nella sfera più schiettamente di "indagine filosofica". Le due cose, forse anche ovviamente (e banalmente, detto della mia osservazione) si fondono per creare una lirica distaccata per l'osservazione.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Massimo73

#10   25 Settembre 2006 - 21:38
 
Ciao Matteo,

grazie, una altra volta, per le tue traduzioni e la piccola introduzione pubblicate in Atelier, per me meravigliose. Sono veramente contento. Se queste azione, allo stesso tempo, servono per diffondere, ancora di più, una poesia come la catalana contemporanea, ancora poco conosciuta in Italia ma, penso, molto vicina alla italiana, la mia felicità sarà più grande. Grazie, dunque, Matteo, per tutto. Anche qui devo ringraziare a Francesco Ardolino per il suo lavoro di divulgazione dei poeti catalani di oggi. Matteo, sei quasi perfetto, un bravissimo poeta e un rigoroso ricercatore della poesia spagnola. Soltanto hai un unico difetto: essere un tifoso dello Espanyol e non del Barça (Scusate la battuta calcistica, e poco poetica, ma Matteo è un strano tifoso, della Juve e dello Espanyol di Barcellona :-( .
È vero che Piste False è un libro più diretto, che parla, teoricamente, della intimità senza maschera, ma le maschere sono anche necessarie, per parlare di quello più intimo, di quello più personale. Ci siamo, sempre, veramente sinceri con noi stessi? Non sempre costruiamo una finzione di noi stessi per potere giustificare le scelte, le nostre decisioni nella vita? Questo, penso, è il tema centrale di Piste false. E, per questa ragione, anche, ho scelto questo titolo (che, stranamente per me, ha creato alcune difficoltà di comprensione in alcuni critici catalani). Piste false nel senso che, nella vita, i specialmente nella vita sentimentale, mai c'è una verità assoluta i desiderare sapere, senza trucchi ne piccole menzogne, che cosa sentiamo e pensiamo quando se produce una rottura amorosa, è, per me, impossibile. E per questo che, in un verso, che non ha tradotto Alessandro, parlo della poesia come finzione della verità. La poesia, per me, serve per dire la verità ma di una forma meno diretta, più complessa, sottile.

Grazie per il tuo intervento, caro amico.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente JoaneliesAdell

#11   26 Settembre 2006 - 11:08
 
Ringrazio Matteo Lefèvre e
Andrea Margiotta per i loro interventi. E un caro saluto a Joan-Elies ed a Massimo :-)

Alessandra Palmigiano
utente anonimo

#12   26 Settembre 2006 - 11:52
 
Ciao Andrea,

grazie per il tuo intervento e per le tue parole. Mi piacerebbe molto conoscere il tuo lavoro, i tuoi poemi, e vedere le similitudine e le differenze tra la tua forma di "risolvere" l' elaborazione del rapporto interrotto. Rispetto alla tua PS, è certo che ci sono case editrice catalane che hanno serietà nella elaborazione dei suoi libri di poesia, me non credo che sia molto differenti di quelle italiane. È certo, pero, che ogni volte le grande case editrice hanno lasciato di credere (e quasi pubblicare poesia) e che sono le piccole che fanno un lavoro interessante di pubblicazione i divulgazione della poesia. Tra queste, alcune sono alle Isole Baleariche (Eivissa-Ibiza e Mallorca). Grazie per comentare la metafora di "Il sento dell'orientamento".

Joan-Elies
utente anonimo

#13   26 Settembre 2006 - 12:18
 
Ciao Massimo,

si, c'è una cifra montaliana nella mia poesia. No posso considerarmi un grande lettore di Montale, ma veramente ci sono libri di Montale che mi hanno piaciuto molto. No è, per tanto, una casualità che una sezione di La degradació natural dels objectes porti una citazione dello autore, concretamente di Xenia: "Dicono che la mia/sia una poesia d'inappartenenza", libro che è stato tradotto allo catalano. Ho usato questo riferimento perché, come Montale, avevo bisogno di andare un po altrove delle polemiche sterile nella poesia catalana. Perché, malgrado formare parte di un gruppo di poeti -Els Imparables, Gli Irrefrenabili- che abbiamo questionato il canone poetico catalano e abbiamo denunciato la marginalizzazione della poesia nel campo letterario, avevo la necessità, non tanto di marcare la differenza, quanto di dire che ogni poeta deve essere letto nella sua individualità.

Allo stesso tempo, quello che mi attira di più della poesia di Montale e la sua capacità per evitare i sentimenti espliciti, con l' uso che lui fa di oggetti, di figure, per parlare della sua interiorità. In questo senso, Montale ha un parallelismo nella poesia catalana, che è Joan Vinyoli, un poeta eccezionale che non credo che sia tradotto in italiano. Non sono sicuro, comunque.

È certo che, nella mia poesia, sempre c'è la riflessione metapoetica perché penso che la poesia serve per esprimere la realtà ma, allo stesso tempo, so che il linguaggio non è trasparente, neutro, che, per tanto, il linguaggio è anche una "pista falsa". Usiamo il linguaggio per capire il mondo, ma dobbiamo anche capire il linguaggio per capirci a noi stessi.



Joan-Elies
utente anonimo

#14   26 Settembre 2006 - 12:25
 
Caro Andrea,

sono entrato nel tuo blog e ho letto il tuo post su Eivissa. È carissimo.



grazie

joan-Elies
utente anonimo

#15   26 Settembre 2006 - 13:47
 
Joan, grazie per gli interventi e per la presenza. Ho letto con interessa al #10, le tue conderazioni sulla poesia come "finzione della verità", quasi modello che serve per spiegare, però non grazie alla sua capacità cognitiva/conoscitiva: ma semmai per la sua capacità di saper essere modello inglobante piccole deviazioni, menzogne e autoinganni, in una forma di realtà che come dici è "meno diretta, sottile". E questo è davvero curioso, considerando il fiume di parole che si solito si spende per inquadrare la poesia come un linguaggio diretto e "by-passante le intermediazioni".

Certamente il sentimento esternato attraverso un correlativo, oggettivo o meno è qualcosa che ha cambiato la storia della poesia e giustamente oggi seguiamo ancora queste "piste". Che poi una delle piste, o sotto-piste, sia il linguaggio, non fa che confermare la ricerca dell'autentica poesia.

Non conosco Joan Vinyoli: sarebbe interessante poter conoscere anche la sua poesia, ma senza traduzione in italiano, temo che avremmo bisogno di un traduttore :)

PS = anche io juventino... Non è l'anno migliore per dirlo, ma sono cose che rimangono.

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#16   26 Settembre 2006 - 19:36
 
Mi sembra vi sia un io preponderante, molto forte e centrale, che fa passare il mondo attraverso sé, inesorabilmente. Qualche tempo fa si sarebbe potuto parlare di io "psicologico". Non ho letto altro di Adell, ma se Matteo Lefèvre dice che altrove c'è meno psicologismo e più oggetto con annessa metafisica e gnoseologia mi fido.

Volevo chiedere ad Alessandra, visto che sono assolutamente ignorante a proposito di metrica catalana (lingua che a stento riuscirei a distinguere dal castigliano, e me ne scuso col poeta), che valore ha un decasillabo nel loro verso. La scelta di "salvare" la forma, in particolare l'impalcatura metrica, rendendola in italiano con l'endecasillabo, mi riporta ad alcune traduzioni dall'alessandrino francese rese da noi con l'endecasillabo. Conservare, in qualche modo, la forma richiede poi un'acrobazia di senso che spesso può rendere un surplus (tuttavia vedo che ti sei concessa qualche libertà).

un caro saluto a tutti
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#17   26 Settembre 2006 - 20:23
 
Ciao Voc, ben trovato. Non sarà il commento più calzante di tutti, questo mio, ma io trovo, sai, che il catalano assomigli quasi ad un dialetto italiano. Mi ci trovo proprio a leggere il catalano: non ha l'effetto deriva del castigliano, che si pensa sempre di capirlo e poi si parte per la tangente dopo le prime sei parole di origine araba :)

Il discorso della traduzione dell'alessandrino con l'endecasillabo lo ricordo anche io, ma non così bene per dire a che proposito mi ci ero imbattuto.
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#18   26 Settembre 2006 - 20:47
 
Ciao Voc e Massimo,

è normale Massimo che pensi che il catalano si somiglia a certi dialetti italiano. Mi hanno detto, quando ho stato in Italia, che era molto simile allo milanese ma anche mi hanno detto che si somiglia abbastanza allo friulano. No è casuale, per esempio, che quando Pasolini scriveva in dialetto, abbia avuto un grande interesse per la lingua catalana e i poeti catalani. Credo, anche, che aveva il interesse di tradurre qualcosa allo italiano. Non ho capito bene, Massimo, il tuo commento, ma, per evitare confusioni devo dire che il catalano non deriva dello castigliano. È una lingua che nasce dal latino nello stesso tempo che il francese, il occitano, il castigliano e lo portoghese. È stata sempre una lingua diversa, con una storia letteraria splendida, nella epoca medievale, com Ramon Llull, Ausiàs March, Jordi de Sant Jordi, Joanot Martollell e tanto altri. Per sapere di più, posso ricomandare di visitare il sito della RIALC () della Università Federico II di Napoli, coordinato per Costanzo Di Girolamo. Questo è il sito:

http://www.rialc.unina.it/sommario.htm

grazie a tutti
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#19   26 Settembre 2006 - 21:02
 
Joan, se ti riferivi all'ultimo mio commento, al #17, intendevo dire che il catalano mi dà l'impressione di comprenderlo più a lungo e più intuitivamente del castigliano, dove mi imbatto (ma la mia esperienza è poca) in "false friends" notevoli. Grazie però per questa tua nota: si tratta di una lingua e di una cultura che meriterebbe di essere più conosciuta, anche e soprattutto per l'indipendenza (dal castigliano e in generale) che ha sempre coltivato.
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#20   26 Settembre 2006 - 22:01
 
Massimo,
sono stato io, dunque, chi non ha capito bene. Scusami. Grazie di nuovo.
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#21   27 Settembre 2006 - 08:55
 
Nessun problema, Joan: mi ero spiegato senz'altro un po' male.
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#22   27 Settembre 2006 - 10:19
 
Trovo le traduzioni di Alessandra molto belle. Anch’io sono fautore di un metodo pragmatico quando si tratta di tradurre. Qui si sente che c’è un lavoro molto meditato sul testo e una scelta calcolata delle possibili soluzioni, ma il risultato finale ‘suona’ naturale, per niente forzato né schiacciato sull’originale. Condivido anche la scelta di ritenere prioritaria la coerenza metrica e apprezzo il tentativo di rendere le assonanze (ad es. nei versi 1 e 3 della prima poesia ‘ser’ – ‘per’ sono resi molto efficacemente con ‘essere’ – ‘stessi’).
Nell’ultima poesia (ottavo verso) c’è un ‘catalanismo’: ‘ignoro di ché’ immagino sia ‘ignoro di che’.
Pierluigi
utente anonimo

#23   27 Settembre 2006 - 11:35
 
Per Voc: grazie per l'intervento ed i commenti
sulla traduzione. Il decasillabo
catalano, come l'endecasillabo, ha l'accento in decima, ma a differenza dell' endecasillabo (e chiederei conferma a Joan-Elies), ha l'accento in quinta obbligatorio invece che la cesura. Il fatto è che
anche i dittonghi e iati funzionano in maniera differente, ossia molto spesso, se lo leggi applicando le regole che applicheresti per l'italiano, ti vengono degli endecasillabi con l'accento in sesta per la metrica italiana. La tradizione italiana, francese e occitana è molto presente nella letteratura catalana, e quindi tutte le forme metriche classiche, come la canzone o il sonetto, fanno parte
del loro corredo come del nostro.
Tutti i poeti catalani che ho conosciuto hanno letto Dante, quindi l'endecasillabo o la loro versione, che è il decasillabo,
ha lo stesso valore centrale che ha per la poesia italiana.

Alessandra Palmigiano

-ps Pierluigi, grazie! Ora devo scappare, ti diró qualcosa piú tardi
utente anonimo

#24   27 Settembre 2006 - 14:36
 
caro joan, è una gioia leggerti e rileggerti. Poter finalmente condividere i pensieri e le parole.
un abbraccio
la susso
utente anonimo

#25   27 Settembre 2006 - 15:32
 
Cari ragazzi,
intanto, vi invito a smettere di parlare della poesia di Joan, altrimenti poi si monta la testa... ;-) Dopo tanta poesia, e addirittura metrica!, è bene abbassare un po' i toni al modo del padre Orazio...
Inoltre, io che conosco bene Joan, e non solo come poeta, ho paura che per festeggiare le lodi si beva unas cuantas copas de tinto de navarra, che se lo renderanno una persona ancora più gradevole del normale, certamente si riveleranno traditrici per la sua salute...
Tornando "tecnici" per un attimo, devo dire che ho apprezzato le scelte traduttive e stilistiche di Alessandra, intendo dire il rigore della metrica è fondamentale laddove il ritmo della poesia si sposa con quello del pensiero. Inoltre, Alessandra - lo saprai meglio di me - Pistes Falses è la prima raccolta di Joan in cui emerga distintamente un andamento metrico consolidato. Avrei una tesi critica, anzi psicanalitica precisa al riguardo, ma per ora, cioè finché non la focalizzo, la tengo ancora un po' per me.
Comunque, lo dico alla traduttrice, se ti va di pianificare/discutere altre questioni traduttologiche relative alla poesia iberica in generale, il mio email è matteolefevre@virgilio.it.
Riguardo alle allusioni alla Vecchia SIgnora, suggerisco di portare comunque rispetto alle anziane, specialmente se un po' acciaccate, come negli ultimi tempi...
Joan, lo siento, pero Fuerça Espanyol!
Matteo Lefèvre
utente anonimo

#26   27 Settembre 2006 - 17:40
 
ehii matteo, quando joan è qui e per qui intendo con me, ci beviamo il favoloso limoncello di mia madre...fatto in casa...
Appena la mamy si degnerà di rifarlo ( sostiene che ne bevo troppo...!!) lo spedirò al nostro caro amico poeta...chissà che anche tu possa assaggiarne un bicchierino!!!
un abbraccio
la susso che adora lo scambio... culturale
utente anonimo

#27   27 Settembre 2006 - 19:16
 
per Pierluigi: sull' "ignoro di ché", sì, hai ragione, è un refuso, ma probabilmente è anche un lapsus:
avrei potuto accogliere il suggerimento di Francesco Ardolino
e tradurre in un italiano migliore
"però ne ignoro il perché" o "peró non so di cosa", ma questo verso
di Joan è davvero fulminante e il lapsus dice che... in fondo non l'ho tradotto.

Un caro saluto ed a presto,
Alessandra
utente anonimo

#28   27 Settembre 2006 - 19:32
 
No, Alessandra. Lascialo! 'Però ignoro di che' è perfetto in questo verso giambico.
Un caro saluto a te.
Tot binnenkort! Pierluigi
utente anonimo

#29   27 Settembre 2006 - 19:41
 
Per Matteo: Sì, sarei felice di discutere con te tecniche di traduzione poetica
da spagnolo e catalano: per esempio
trovo che queste due lingue siano realmente equidistanti dall'italiano
(massimo, ti assicuro che in catalano i false friends con l'italiano ci sono eccome!), ma quando si va sullo specifico della poesia mi sento molto piú a casa col catalano...
Per cui sarei molto felice di ricevere
spiegazioni
sulla metrica spagnola (Ho chiesto una volta a Joan-Elies ma... niente!)

Grazie
Alessandra

utente anonimo

#30   27 Settembre 2006 - 20:29
 
Grazie a tutti per gli interventi: oggi sono stato piuttosto occupato, ma vedo con piacere che avete continuato il confronto.

Alessandra, se dici che anche il catalano ha i false friends mi fido: avevo come l'impressione che fosse molto più latina, come lingua, di quanto non sia il castigliano. In effetti sono così a digiuno di entrambi che la mia non ha che valore di considerazione profana.
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#31   27 Settembre 2006 - 20:59
 
Ciao,
la metrica spagnola l' avevo imparato molto tempo fa, alla scuola, ma adesso non la ricordo bene. In catalano, il decasillabo può esser con cesura o senza cesura. Ci sono tre modalità diverse:

4+6 è il modello classico della poesia catalana antica.

6+4 è di origine francese, esempio

5+5 è di precedenza castigliana.

Il decasillabo senza cesura ha uno accento predominante nella sesta sillaba, anche può esser la quarta o la ottava. C'è una adattamento dello endecasillabo italiano. Nel mio caso,
come ha detto Matteo, non sono una poeta che, fino adesso, mai no lavorato molto con strutture metriche tradizionale. Questo non significa che la parte formale (musicale) dei versi non sia importanti per me. Ma, in questo libro, penso anche che, per una necessità tematica, ho voluto che la parte formale abbia una preponderanza. Mi piacerebbe sapere la opinione di Matteo, se abbiamo il tempo.

Grazie a tutti, amici, per i vostri commenti.
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#32   27 Settembre 2006 - 23:30
 
Interessante il breve quadro "metrico" di Joan, che completa quello che scriveva Alessandra. Dunque un retaggio italiano esiste...
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#33   28 Settembre 2006 - 11:03
 
grazie, Joan-Elies, per le spiegazioni sulla metrica! Massimo, anche a me, all' inizio, il catalano ha fatto pensare ad un ibrido di dialetti del nord e del sud italia. D'altra parte, oltre che in Sardegna, i catalani sono stati per almeno un secolo nel nord Italia e credo anche nel napoletano(?) Quanto al fatto che il castigliano sia meno "latino" del catalano, credo invece (ma è solo una mia convinzione, bisognerebbe chiedere ad un filologo) che il castigliano sia la lingua piú pura ascendenza dal latino: qui si usa dire ancora "pulcra"!!!

Alessandra
utente anonimo

#34   28 Settembre 2006 - 11:11
 
Alessandra, allora se è così pulcra la lingua castigliana, la mia era solo un'impressione sviata.

Ringrazio tutti gli intervenuti per la discussione intrattenuta e, di nuovo, Joan Elies per la sua presenza e disponibilità nel rispondere alle domande, oltre che per la gentile partecipazione. Un ringraziamento va poi ad Alessandra per la traduzione e tutto il lavoro fatto.

Vi invito a proseguire lettura, commento e scambio sugli inediti di Fabio Pusterla, on line da oggi.
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#35   29 Settembre 2006 - 16:22
 
per alessandra:

io, al di là della traduzione di Joan Elies e di un'altra giovane poetessa catalana - Gemma Gorga -, mi dedico esclusivamente alla poesia spagnola, intendo dire in castigliano. è ciò che insegno e quindi ciò su cui sono più ferrato. Le questioni metriche sono spinose e quindi il blog è un luogo che non si presta più di tanto. Mi è capitato di lavorare sia su poesie di epoca "classica", ossia del siglo de oro, che su poesie contemporanee. Come dicevo, al di là dele scelte dei traduttori, la metrica funziona soprattutto laddove veicola un discorso parallelo al contenuto, è una zona ritmica di significazione, la prova che lo stile significa quanto la materia verbale. Vabbè, la storia è troppo lunga e sono di corsa; inoltre, ciò che è più interessante è il modo di rendere la metrica degli originali nel testo di arrivo, il che richiederebbe proprio un seminario. Anzi, organizziamo un convegno sull'argomento a Barcellona a spese di Joan Elies Adell, che come tutti i catalani è tirchio...
Un saluto a tutti.
Matteo
utente anonimo

#36   30 Settembre 2006 - 18:39
 
Straordianrie Poesie.
Non me ne voglia JOAN ELIES ADELL ma nello scorrere dei versi, per strane anomalie del mio guardare, in Il Distacco della Retina, sudicio è diventato suicida, così
/come lo schizzo
suicida d'un disordine privo
di travi. Provoca il distacco.

Che in questo caso allora non lo provoca.
Lo so, Non c'entra niente. Ma non ho potuto frenare l'infantile entusiasmo.

Grazie Joan, Alessandra, Massimo.
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